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Il castello

Tra i borghi fortificati sorti sulle colline gardesane nel X secolo, il castello di Moniga è uno fra i meglio conservati, sia per quello che riguarda la pianta, sia per le strutture murarie.
Poiché non vi è mai stata la presenza di un palazzo signorile e mai un signore del luogo vi ha abitato, è corretto definirlo un castello-ricetto (dal latino receptum = rifugio): una semplice aggregazione di case dove la popolazione del villaggio circostante si rifugiava in caso di pericolo, portando con sé quanto necessario al suo sostentamento.
E' dunque una costruzione difensiva di tipo comunale, molto simile a quella di Padenghe e alle altre presenti in Valtenesi.
Non solo: è proprio tra i vari castelli della zona che, nel periodo delle invasioni barbariche, si sviluppò un ingegnoso sistema di collegamento grazie al quale, attraverso l'uso di precisi segnali, era possibile avvisare del pericolo da qui fino alla città di Brescia.
Il castello si trova nella parte occidentale dell'abitato, su una leggera altura coltivata a vigneto; non è, come altre costruzioni simili, sul ciglio di una scarpata, ma sulla strada che collega alcuni dei castelli di cui abbiamo parlato.
Ed è proprio la sua posizione ben poco strategica, grazie alla quale non ha mai subito assalti e conquiste significativi, che gli ha garantito una così buona conservazione, preservandolo da profonde trasformazioni architettoniche.
Fu costruito, come gli altri, per far fronte alle invasioni ungare del X secolo; poi, ormai diroccato, per un certo periodo il castello venne abbandonato.
Più tardi iniziarono a stabilirvisi pastori e contadini che possedevano terre nei dintorni: così, da questi accampamenti improvvisati, nacque l'idea di abitare stabilmente il castello.
I materiali impiegati nella ricostruzione fanno pensare che le murature siano del XIV e del XV secolo, periodo al quale si fanno risalire tutte le strutture oggi visibili.

Fonte MonigaLonga

 

Chiesa di San Martino

La chiesa di San Martino, parrocchiale di Moniga, è una delle più antiche della Valtenesi. In origine era una “cappella” e dipendeva, come tutte le chiese della nostra zona, dalla Pieve di Santa Maria, a Manerba. Da questa si staccò, rendendosi autonoma, il 13 ottobre 1454, quando fu consacrata dal vescovo Ermolao Barbaro e dedicata a San Martino, protettore dei cavalieri, dei militari, dei sarti e degli osti, un santo il culto del quale era stato introdotto in Italia dai Franchi.Poiché la nuova chiesa era priva di beni e di rendite, cioè del necessario per il suo mantenimento, il vescovo stabilisce che l'arciprete della Pieve di Manerba le ceda i terreni posseduti a Moniga.Autonomia religiosa significava avere il diritto di amministrare i sacramenti, in particolare il battesimo, ma, anche se terminava la dipendenza, restava un forte legame con la chiesa madre. Nel 1576 infatti, più di un secolo dopo il distacco da essa, risulta che il Comune di Moniga pagava ancora alla Pieve di Santa Maria quattro libbre di cera bianca e mezza libbra di incenso.C'era poi l'obbligo che un sacerdote di Moniga fosse presente alla Pieve il sabato santo e nei giorni dell'Assunzione, della Natività di Maria e dell'Annunciazione. L'acqua per i battesimi, inoltre, doveva essere presa dal fonte battesimale della Pieve. Non sappiamo esattamente come fosse la chiesa originaria, ma sappiamo che era più piccola e più semplice. Nel 1530, secondo quanto è scritto nel verbale della visita pastorale del vescovo GianMatteo Giberti, vi sono solo due altari: quello maggiore ed uno dedicato alla Vergine. La chiesa mantenne l'aspetto che aveva allora fino alla metà del Settecento, quando fu ricostruita quasi interamente: dapprima, nel 1778, fu allungata dalla parte dell'altar maggiore, poi, nel 1796, dal lato della facciata, che fu completamente rifatta. Nacque così nello stile dell'epoca, il barocco, la facciata che vediamo ancora oggi. Preceduta da una scalinata che supera il notevole dislivello dal piano stradale, essa si presenta lineare ed elegante, decorata ma non appesantita da eccessivi ornamenti. Bello anche il portale d'ingresso, sopra il quale si apre un grande finestrone rettangolare che riproduce, nei vetri colorati, la scena di San Martino che regala il suo mantello al mendicante. L'interno, a una sola navata, è decorato con stucchi e marmi. Cinque sono gli altari: a destra, quello dedicato a San Giuseppe e poi quello del Santo Rosario; a sinistra, l'altare del Crocifisso e quello dedicato alla Vergine, con una statua di legno dorato della Madonna ed una, simile, di Santa Lucia. Qui c'era, fino a non molto tempo fa, anche la statua di Santa Caterina: entrambe molto venerate nella nostra zona, a queste sante, anche a Manerba, sono intitolate due chiesette. Agli altari erano legate la Confraternita del SS. Sacramento e quella del Rosario: quest'ultima, oltre ai consueti doveri stabiliti per i confratelli, aveva l'obbligo della distribuzione annuale di pane ai poveri. Salendo tre gradini si accede al presbiterio, separato dalla navata da una elegante balaustra a colonnine.L'altare maggiore, al centro del presbiterio, ricorda, nello stile e nelle decorazioni, la sua chiara origine barocca. Particolarmente belli sono gli intarsi di marmo a vari colori, che creano un effetto di grande armonia. Nella parte bassa, al centro, è inserita una piccola statua di San Martino vescovo. Sopra l'altare è posto un bel tabernacolo di marmo e ai suoi lati, come arredo, ci sono sei grandi candelabri di legno che completano perfettamente tutto l'insieme. Sulla parete di fondo dell'abside, la pala raffigurante San Martino richiama la dedicazione della chiesa. Il coro, alle spalle dell'altare, è disposto, con i suoi semplici sedili di legno, lungo la stessa parete; ai lati, due quadri rappresentano l'Adorazione dei Magi e la Sacra Famiglia. Al di sotto di quest'ultimo, una grande tela riproduce la scena della Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Fino a tempi recenti, questo dipinto era posto sulla parete di fondo della chiesa. A sinistra e a destra, nel presbiterio, si aprono le porte della sacrestia, vicino alle quali sono collocati, incassati nel muro, “armadietti” destinati a contenere, rispettivamente, l'olio santo e le reliquie dei santi, come ricordano le iniziali (O S e S R) visibili sulle piccole porte di legno che chiudono questi spazi. In alto, sulle due pareti, balconcini uguali e simmetrici racchiudono le lucenti canne dell'organo. Sul lato sinistro della chiesa, fra gli altari laterali, una porta consente di accedere, tramite una scala, al pulpito che si protende verso la navata: è una struttura di legno semplice e severa, ma elegante e in armonia con gli altri elementi decorativi. In fondo, sempre a sinistra, si apre un piccolo vano che ospita un fonte battesimale di pietra: è l'antico battistero, oggi non più utilizzato ma importante testimonianza del passato che questa chiesa ha vissuto. In alto, sopra di esso, un dipinto raffigura la Madonna tra San Domenico e San Francesco.

Fonte MonigaLonga

 

Chiesa della Madonna della Neve

La piccola chiesa intitolata alla Madonna della Neve sorge, isolata, nella campagna di Moniga, non lontana dal lago. Alti cipressi e un corso d'acqua la fiancheggiano su un lato, alle spalle ha il cimitero comunale, la facciata è rivolta ad est, verso il Garda. Il suo nome si riferisce al miracolo avvenuto a Roma, sul colle Esquilino, il 5 agosto dell'anno 352. Costruita in stile romanico, risale probabilmente alla seconda metà del XVI secolo: non viene mai citata, infatti, nei verbali delle visite pastorali che il vescovo GianMatteo Giberti compie in Valtenesi tra il 1529 e il 1541. Si può dire, dunque, che si tratta della chiesa romanica più “giovane” fra tutte quelle della Valtenesi. La facciata, che ha un prospetto a capanna ed è ora senza intonaco, è preceduta da un pronao (loggetta) a pianta quadrata a cui si arriva salendo una breve scalinata. La piccola loggia protegge il portale d'ingresso, intorno al quale si aprono tre finestre che illuminano l'interno. Queste, come il pronao, sono state quasi certamente costruite nel corso del 1800. Un ingresso secondario si trova sul lato settentrionale della chiesa. Il suo interno si presenta ad aula unica, costituito, cioè, da un solo grande vano e dall'abside. Gli spazi sono straordinariamente proporzionati: l'abside è un quadrato di metri 5x5, l'aula è un rettangolo di metri 10x15. Anche l'altezza è in armonia con le dimensioni della superficie, come lo sono le lesene e gli archi a tutto sesto. Dal presbiterio si passa, da un lato, all'interno del campanile, dall'altro, in una grande sacrestia. Il pavimento di cotto che ricopre l'aula è antico e bello nella sua semplicità; quello dell'abside, invece, è stato collocato in tempi recenti. La decorazione delle pareti risale ai nostri anni e contrasta con lo stile delle parti autentiche ancora visibili. In origine, probabilmente, vi erano degli affreschi, ma sono andati perduti nel XIX secolo, quando la chiesa fu usata come lazzaretto in occasione di un'epidemia di colera e poi, per disinfezione, fu tinteggiata a calce. Nei secoli precedenti anche la peste, come il colera, era stata molto temuta e ce lo ricorda, in questa chiesa, l'altare laterale dedicato a San Nicola, invocato come protettore, dopo San Rocco, durante le pestilenze. Grazie ai verbali della visita pastorale del vescovo Giovanni Bragadino, sappiamo che nel 1743 questo oratorio, di dimensioni grandi per la Valtenesi, appartiene alla comunità di Moniga e vi si celebra una messa ogni giorno. Nello stesso anno viene benedetta una campana in onore di Sant'Anna Maria Eurosia. Alcuni anni prima, nel 1724, a Moniga si era costruito, per volontà del vescovo, un secondo oratorio, quello della Pergola, dedicato all'Immacolata Concezione. Oggi la chiesetta della Madonna della Neve, chiamata anche di San Michele, è solitamente chiusa al culto, ma, soprattutto in estate, è utilizzata come chiesa del cimitero

Fonte MonigaLonga

 

 

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 Curiosità

Superficie:
9.40 Kmq
Livello Sul Mare:
Minimo 65 mt
Massimo 170mt
Escursione
105 mt
Latitudine
45°31'37"92 N
Longitudine
10°32'20"76 E


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